giovedì 29 gennaio 2015

Il candidato presidenziale ideale per combattere contro la mitomania.



Il più grande spettacolo mediatico nel nostro paese è considerato il calcio.
In teoria è così.
Ma non in pratica.
Non rappresenta affatto la nazione.




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(comunicazione di servizio):
Da lunedì 26 Gennaio 2015 questo blog si trasforma in sito. 
La mia presenza e partecipazione rimarrà la stessa di prima. 
Per i primi mesi, il mio consueto post comparirà qui e poi verrà automaticamente diretto al sito, nel quale, poco a poco, cominceranno a esserci contributi anche di altri liberi pensanti, personalmente attivi come soggetti politici autonomi, dotati di diverse competenze e anche diversa provenienza, i quali avranno in comune il fatto di sentire se stessi come degli esiliati in una nazione che non sentono più propria, in quanto non più rappresentativa degli autentici valori che nei secoli questa bella terra era stata in grado di fondare, inventare, creare, rendendoci più adulti, più evoluti, più progrediti. 
Come dire, migliori della generazione precedente.

mercoledì 28 gennaio 2015

Il fattore disumano: la sinistra stracciona che non vuol mollare l'osso.

di Sergio Di Cori Modigliani

Il nuovo governo greco si è messo al lavoro questa mattina, non appena insediato.
Quella che sarà la sua attività è un'incognita per la popolazione ellenica che ha votato Syriza, così come lo è per ogni europeo pensante. 





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martedì 27 gennaio 2015

Chi ci manda Tsipras a parlare con i tedeschi e con la Bce? Ecco il ritratto dell'uomo più importante d'Europa.

Che cosa ne dite di questo signore?
La sua faccia vi ispira?
Secondo voi è pulito, schietto, sincero e ce la farà? 
Oppure è semplicemente la maschera di un'eterna finzione che finirà per deludere tutti?
Innanzitutto, il suo nome: si chiama Yani Varoufakis.
Il Wall Street Journal lo ha definito "il falco del radicalismo di sinistra in Europa".


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lunedì 26 gennaio 2015

La NaZarina del miracolo italiano.



"Questo è un paese di imbecilli. E' l'unica nazione al mondo che in materia di sicurezza nazionale pretende che vengano resi pubblici i nomi dei componenti dei servizi segreti. Ma se sono segreti!".
                                                         Indro Montanelli, 1994
"L'Italia è l'unica nazione capitalista del mondo in cui il comunismo non è mai caduto"
                                                   Indro Montanelli, 1999


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venerdì 23 gennaio 2015

Il sabato del villaggio elettronico.




Domani pomeriggio, sabato 24 Gennaio, alle 17, a Roma, nella Piazza del Popolo, si celebra il primo spettacolo surrealista di questi tempi paradossali: “la notte dell’onestà”.

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mercoledì 21 gennaio 2015

E' la casta, baby! La sinistra italiota che chiagne e fotte.

"Coloro che non possono ricordare il passato, sono condannati a ripeterlo per sempre".


                                                                     George Santayana, 1922

di Sergio Di Cori Modigliani

Chi pensava, nella primavera del 2013, che l'Italia stesse toccando il livello più basso mai raggiunto, si sbagliava di grosso.
Si andò, allora, alla fine di febbraio, alle elezioni politiche generali.
Il PD -la cosiddetta sinistra democratica italiana- era andata al voto chiedendo agli elettori credito e fiducia in cambio di "mai più con Berlusconi che ha voluto Mario Monti".
Dal canto suo, il PDL -la cosiddetta destra democratica italiana- era andata al voto chiedendo credito e fiducia per "fermare la sinistra liberticida del PD che ha voluto Mario Monti".

Con la serenità del giudizio storico, che il distacco del tempo ci concede a posteriori, sappiamo come, l'ultima volta che la volontà popolare si è espressa per una elezione nazionale, il giudizio degli elettori era stato perentorio, chiaro, netto: a) sull'onda del tutti a casa e l'onestà andrà di moda, il M5s aveva sbaragliato ogni previsione e vinto le elezioni; b) se al 25% del movimento aggiungiamo anche gli astenuti, le schede bianche degli antagonisti spaventati e timidi e le schede nulle dei cinici (insulti vomitati dentro l'urna) si raggiunge la cifra del 58%.
La maggioranza assoluta del paese, quindi, esigeva, pretendeva, un cambio totale di passo.
Superato lo shock iniziale si andò alle elezioni presidenziali, evento che offrì l'immagine di una impresentabile classe politica, incapace di comprendere la nuova realtà del paese.
Lì si toccò il fondo, secondo molti.
Poi, il PD e il PDL scelsero e decisero di mettersi insieme fingendo di non stare insieme, violando totalmente il rapporto di fiducia con il proprio rispettivo elettorato.
Giorgio Napolitano benedì la scelta e accettò di apporre il suo sigillo istituzionale.

Questa, più che una opinione, è un resoconto storico dei fatti nudi e crudi.

24 mesi dopo, ci troviamo nella stessa identica situazione.
La classe politica italiana sta offrendo lo spettacolo davvero disgustoso di una colossale rissa per eleggere un presidente, una figura che deve avere un'unica caratteristica accettabile: che sia davvero sotto le parti, nel senso che svolga come sua prima e unica mansione quella notarile di rispettare il patto del nazareno, gestendo gli interessi di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi.
Se prendiamo in considerazione i sondaggi ci accorgiamo che il paese, nel frattempo, è cresciuto nella sua consapevolezza: capisce sempre di più e ne ha le palle strapiene, e questa, a mio avviso, è una buona notizia. 
Se sommiamo, infatti, i voti del M5s (alcuni lo danno al 18%, altri al 20%, altri al 21%, è uguale) a quelli dell'astensionismo, schede bianche e nulle, si arriva al 78% dell'elettorato.
Se ci aggiungiamo anche quelli della Lega Nord (circa il 13% a livello nazionale) arriviamo al 91%.  Volutamente semplificato e tradotto, vuol dire che le persone di cui tutti parlano, i cosiddetti protagonisti politici che voi seguite nei talk show televisivi, rappresentano una esigua minoranza del paese, forse complessivamente non arrivano neppure a 5 milioni: sono soltanto l'8% della popolazione. Si tratta più o meno della quota statistica che l'Istat ci comunica essersi arricchita ancora di più nel 2014, aumentando il proprio reddito del 46% rispetto al 2013, del 92% rispetto al 2012 e del 123% rispetto al 2011 quando "ufficialmente" è esplosa in tutta la sua virulenza la crisi di sistema.
E' giusto quindi che il caro leader, a loro rappresentanza, sostenga che in Italia le famiglie si stanno arricchendo. Chi contesta questa frase commette un grave abbaglio, un gravissimo errore politico di miopia: la frase va, invece, avvalorata, analizzata, esaltata, perché è davvero così. E soltanto accettando la autentica realtà dei fatti oggettivi e sostanziali è possibile comprendere lo stato dell'arte e quindi sapere come muoversi, reagire, posizionarsi.

Qui arriva la brutta notizia, come rovescio di quella che dicevo positiva.

Gli italiani sono costretti a rivivere la stessa identica esperienza del 2013 pensando di star partecipando. Non solo: pensano addirittura che sia diverso dalla primavera del 2013.
E' identico. Anzi, peggio.
E l'Alzheimer sociale di cui l'Italia soffre sta condannando questa nazione alla totale irrilevanza
A differenza del resto d'Europa, che ha coltivato la memoria storica come culto fondamentale, a garanzia del proprio benessere ritrovato dopo secoli di orrende guerre sanguinose, l'Italia ha scelto di non elaborare nulla e quindi di non trarre giovamento dalle lezioni del passato. 
Rifiutandosi di accettare da dove viene la nazione, quindi, gli italiani negano a se stessi la possibilità di sapere dove stanno andando.
Questi ultimi due anni risuonano di echi che mi ricordano gli anni venti del secolo scorso.
Non è una farsa, altrimenti si sarebbe manifestata nello stesso identico modo.
Ma ne contiene tutti i connotati, la sostanza, l'intendimento, i fini, tradotti nella modalità post-moderna iper tecnologica dei nostri tempi mediatici. 
Nel 1922 con la marcia su Roma, Benito Mussolini aveva preso il potere e aveva detto al re Vittorio Emanuele II la stessa identica frase di Matteo Renzi riadattata ai tempi. Invece di "stai sereno Enrico", aveva esclamato "Sua Maestà può stare tranquilla, è mia intenzione governare in coalizione con i liberali, i socialisti e i popolari per garantire un governo di alleanza nazionale tra tutte le forze democratiche". 
De Gasperi (popolari cattolici) Giolitti e De Nicola (liberali) e i socialisti gli credettero e si fidarono di lui. All'inizio stavano tutti insieme.
Il primo atto del balbettante governo fascista fu quello di garantirsi la complicità della criminalità di allora, della classe degli imprenditori e dei banchieri legati alla speculazione finanziaria in borsa che allora stava impossessandosi dei mercati provocando il crollo dell'agricoltura e dell'industria nascente. 
Gli italiani nutrono due grandi passioni: il rispetto per i criminali e il gioco d'azzardo.
E così, l'Italia, nel 1923 con enorme sgomento dell'intera Europa, diventa un gigantesco casinò. Soltanto nel 1923 il governo rilascia 17.560 licenze private per aprire case da gioco e ben 44.000 nuove licenze per bordelli "internazionali" facendo gestire al partito la compravendita di schiave del sesso. La cocaina diventa di moda e viene diffusa a tutti i livelli della buona borghesia. Tant'è vero che il più grande bestseller dell'era fascista fu il romanzo, pubblicato di lì a qualche anno, che si titolava "Cocaina" firmato dal vate fascista Pittigrilli, vera celebrity dell'epoca.
I socialisti e i popolari si indignano e alla camera dei deputati, per tutto il 1923, si susseguono interpellanze parlamentari relative al rifiuto del governo di far tassare il gioco d'azzardo per risanare il debito pubblico, avendo scelto, invece, di affidarne la cura a delegati del partito. Soltanto tra il maggio e il settembre del 1923 si verificano ben 47 proteste contro la trasformazione vergognosa del Regno d'Italia in un gigantesco casino e casinò. E' Giacomo Matteotti, deputato socialista, a guidare la protesta, scandalizzato per l'ubriacatura della nazione.
Vengono chieste nuove elezioni e si tratta.
Dopo mesi di un estenuante braccio di ferro, alla fine Mussolini decide di far varare una nuova legge elettorale "che sia moderna, al passo con i tempi e rispetti le prerogative e la volontà di ogni sezione dell'apparato elettorale", e così viene votata la legge Acerbo.
Molto simile all'Italicum.
E così si va alle elezioni nell'aprile del 1924, per i 12,5 milioni di italiani aventi diritto.
La tornata elettorale è funestata da violenze di ogni genere.
Per riuscire ad ottenere il premio di maggioranza e imporre i capilista nominati, Mussolini invece di presentarsi come Partito Nazionale Fascista, si presenta con quello che allora venne chiamato "il Listone", ovvero centinaia di liste civiche autonome, indipendenti, formate per lo più da sovranisti, da anti-europeisti, da modernisti, ai quali viene prospettata e promessa una quota di partecipazione nella gestione del governo.
Il 16 Aprile del 1924 si vota.
Il listone di Mussolini (circa una quarantina di liste civiche) grazie al premio di maggioranza ottiene il 60,5% dei voti validi. Mussolini  propone subito di varare un governo di alleanza con popolari, liberali e socialisti, avvalendosi del fatto che saranno sempre in minoranza.
Tre giorni dopo, all'apertura della nuova Camera dei Deputati, il socialista Giacomo Matteotti denuncia -con prove documentate- "la truffa istituzionale" accompagnata da migliaia di brogli nelle sedi elettorali. Iniziano furibonde sedute parlamentari nel corso delle quali Matteotti parla per ore e ore raccontando nel dettaglio episodi, con nomi e cognomi.
De Gasperi e i popolari, de Nicola e i liberali rimangono molto scossi e indignati e decidono di rifiutarsi di accettare l'alleanza con Mussolini. Viene stabilita la data del 12 giugno come il giorno in cui Matteotti porterà in aula inoppugnabili e definitive prove contro il governo.
Il 10 giugno del 1924 il deputato socialista viene ucciso all'età di 39 anni.
Si apre un vorticoso periodo in cui una commissione parlamentare deve decidere e stabilire la matrice dell'omicidio. Poiché non c'è il cadavere, Mussolini sostiene che Matteotti non è morto ma è scappato via. Da quel momento fino al ferragosto, sale nel paese la violenza da una parte e l'indignazione dall'altra. Il 16 agosto del 1924 viene trovato in una boscaglia il corpo di Matteotti. Monta la protesta popolare soprattutto quella che fa capo ai popolari e ai liberali. Il 18 agosto, il quotidiano Il Mondo, in una conferenza stampa nell'associazione stampa estera di Milano, comunica che il giorno dopo pubblicherà una intervista in esclusiva con il sicario che ha ucciso Matteotti, il quale si presenta alla polizia sostenendo di aver ricevuto l'ordine direttamente da Mussolini, avvalorato da quattro testimoni. I socialisti, i comunisti, i popolari abbandonano il governo e il parlamento e, in preda all'indignazione, si ritirano in una sala dell'Aventino. Mussolini è considerato un uomo finito. Ci si attende il suo arresto e la sua incriminazione. Bonomi si reca dal re il quale dichiara "io non giudico e neppure governo, io regno, quindi non voglio entrarci". Si apre una fase surreale nella quale Mussolini governa e parla con l'opposizione che però sta da un'altra parte. Finché, a conclusione dei lavori della commissione parlamentare, Mussolini invita tutti il 3 Gennaio 1925 alla Camera, in quel giorno stipata in ogni ordine di posti.
Fa un discorso della durata di diverse ore spiegando che l'Italia ha bisogno di riforme strutturali, ha bisogno di recuperare la sovranità monetaria, e che ha la possibilità di ritornare a essere la locomotiva d'Europa e il faro della cultura nel mondo. Ma per far ciò è necessario andare molto molto veloci per essere al passo con i tempi ed è necessario eliminare -per il bene della nazione- tutti i pessimisti, i menagramo, i disfattisti che impediscono all'Italia di ritornare a correre. Alla fine del discorso, conclude "volevate la cancellazione delle elezioni dell'aprile 1924 per poter governare? Eccovi accontentati: quell'elezione non vale più nulla, viene cancellata. Ma da oggi viene cancellato anche il parlamento, perché non permetterò mai che si metta il bastone tra le ruote a chi vuole far grande l'Italia. Da questo momento, il parlamento non esiste più". Esce dall'aula, va dal re e gli spiega come stanno le cose. Il re ascolta e dice che va bene così.
Dal giorno dopo inizia il ventennio ufficiale della dittatura fascista, con l'abolizione delle due camere, e la cancellazione di ogni prerogativa democratica.

Gli storici più diligenti, intelligenti, rigorosi e colti, sono concordi nell'aver attribuito la totale responsabilità della nascita del fascismo al "consociativismo perverso tra democratici e anti-democratici" (Renzo de Felice).
Il prof. Giorgio Spini, che considero un grandioso storico italiano, accusò la sinistra italiana di "essere caduta nella trappola della condivisione complice del potere andando a costruire un'alleanza tra compagini politiche che erano idealmente opposte e quindi non potevano sottoscrivere alcun patto comune, dato che stavano insieme sorrette unicamente da comuni interessi economici e niente di più: inevitabile lo scontro tra diverse interpretazioni del mondo, delle esistenze, dell'etica, della gestione della cosa pubblica".

Ebbene, noi veniamo da lì.
E non avendolo mai incorporato, e quindi non ricordato, non possiamo sapere se saremo in grado di evitare di ripetere la stessa identica esperienza, con le dovute modifiche di una diversa epoca storica.
E' penoso ascoltare oggi le lacrimose lamentele di ipocriti nostrani della cosiddetta sinistra italiana, incapaci di avere il coraggio di prendere atto di ciò che sta accadendo.
Osano anche indignarsi, osano anche protestare. Hanno partecipato per decenni ai bagordi nei bordelli statuali istituzionali e pretendono di godere della patente di verginità ritrovata, aspirando addirittura a un nuovo riconoscimento sociale.

Dice bene il magistrato  Piercamillo Davigo: "Dopo tangentopoli, la classe politica italiana ha seguitato indisturbata a rubare come faceva sempre; la differenza è che, adesso, non se ne vergogna più".

In compenso, mancando il pudore della confessione, si piangono calde lacrime.

A me, i coccodrilli hanno sempre fatto tanta paura.

Buona fortuna a tutti noi.



P.S.
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sabato 17 gennaio 2015

Dedicato a tutte le donne del mondo: lettera aperta di Georges Wolinski a sua moglie, scritta nel 1978.




"Je suis un dessinateur de presse avant tout, un chroniqueur de l’actualité, de la politique, du temps qui passe. Je suis un erotomane et un pessimiste"

                                                                   Georges Wolinski

di Sergio Di Cori Modigliani




Era il più scatenato tra tutti, il più anarchico, il più solare, il più trasgressivo, come dire: il più libero.
Chissà che cosa deve aver pensato negli ultimi secondi della sua vita, quando ha visto spalancarsi la porta e i due fondamentalisti con il mitra hanno deciso che per lui e l'intera redazione di Charlie era giunta l'ultima ora. Forse si è messo a ridere, ed è probabile che possa anche aver detto "questo è davvero troppo" o qualcosa del genere.

Un sito dedicato alla politica femminile ha pubblicato in questi giorni una lettera che il disegnatore Georges Wolinski aveva scritto (e pubblicato) dedicandola a sua moglie, una femminista attiva nel movimento francese per la liberazione delle donne.
E' datato 1978, un'epoca, in Europa, dove tutto ciò che accade quotidianamente oggi era semplicemente inconcepibile.
Per gli esponenti delle giovani generazioni che quell'epoca non l'hanno mai vissuta, ecco un bel lascito come prodotto di quel pensiero libertario, illuminista e squisitamente europeo fino all'ultima goccia, che è sempre stato, è tuttora, è sempre sarà, la più bella eredità che il nostro continente ci abbia lasciato, un capitale da non dilapidare.

Perché ciò che davvero conta, per ciascuno di noi, è l'investimento personale, affettivo, emotivo, sessuale, che rende la vita degna di essere vissuta.
Fino in fondo.
Come nel caso di Georges Wolinski.

buona lettura, per un ottimo week end

Perché ti ho scritto questa lettera aperta? è che ho raggiunto l'età in cui si ama fare bilanci. Non sono più giovane, non sono ancora vecchio. Mi restano ancora un bel po' di begli anni di cui intendo approfittare il più possibile. Tu sei inseparabile da questi anni, il che mi rende molto felice.
Se solo tu fossi quel po' più ipocrita, artefatta e sottomessa, quanto la maggior parte delle donne è costretta ad essere, questo mi semplificherebbe l'esistenza. Ma tu non mi fai sconti. Il tuo sguardo è implacabile, l'udito infallibile; è impossibile, davanti a te, essere debole, vile, disonesto o brutale, o avere le unghie non troppo pulite. Tu sei veramente la donna di cui avevo bisogno, perché non sono volitivo ma, grazie a te, mi sembra di esserlo. Da solo, mi sarei trascinato tutte le notti nei bar. Sarei diventato grasso, sporco e alcolista. Credo che tutto ciò che gli uomini fanno di buono, lo facciano per cercare di impressionare le loro donne. Fortuna che esistono! Ma impressionarle diventa sempre più difficile. Perché loro gettano su di noi questo sguardo terribile, che ci spaventa per la sua lucidità. E dimostrano ogni giorno che sanno fare tutto altrettanto bene di quanto possiamo farlo noi. Certo nell'epoca in cui viviamo stanno prendendo forma nuovi tipi di rapporto nella coppia. Costumi e abitudini di vita sono cambiati più nell'ultimo decennio che in cent'anni [siamo nel 1978, ndr]. Ho trascorso la mia giovinezza fra i tabù, eppure avevo genitori aperti e amorevoli. Le madri di oggi danno alle loro figlie delle libertà che le loro madri non avrebbero nemmeno potuto immaginare. Viviamo in un periodo di cerniera, in cui i valori borghesi collassano e si avanza verso un socialismo inevitabile. Nel mezzo di questo sconvolgimento, in cui donne emotive scoprono le gioie della sorellanza e riscoprono, da adulte, le amicizie dell'adolescenza… in cui i maîtres d’hôtel, presto stanchi, non si stupiscono più di vedere donne sorseggiare vino alle cene di lavoro, e in cui donne imprenditrici presiedono consigli di amministrazionie col sigaro in bocca… l'uomo resta, comunque - come l'oro - il bene-rifugio.

Essere femminista è ok; è normale; è di moda ed è chic. Ma restare sola, nella vita, è ancora una tara per le donne, una ragione di angoscia e fonte di scherno. Anche voi avete bisogno di noi, ne sono certo, come noi di voi. Ma voi, voi avete soprattutto bisogno di fare bambini e questi bambini, più di quanto accada a noi, poi vi incatenano. Riflettete abbastanza su questo problema, anziché lamentarvene a posteriori dandocene troppo facilmente la responsabilità? quando vi rifiuterete di fare le chiocce? Noi siamo come insegnanti incanutiti di colpo. La nostra autorità ha subito un colpo. Certi non riescono a sopportarlo. Altri, fin troppo compiacenti, vi si adattano all'eccesso. Altri infine - e io faccio parte di questi, almeno spero, preferiscono essere amati più che obbediti; essere stimati e non temuti, e richiedono solo un minimo di rispetto, di gentilezza e di comprensione. Alla fine, siamo piuttosto orgogliosi di avere donne femministe. Sono per noi un'etichetta di intelligenza e di apertura mentale. Immagino che fra i Romani ci fosse chi doveva liberare i propri schiavi per motivi simili. Vorrei aggiungere che il femminismo, dopo tutto, vi occupa, vi dà da lavorare - un lavoro che non sottraete all'uomo. Scrivete libri in cui ci dite cosa pensate di noi. Fate giornali che non si occupano di moda, per farvi prendere sul serio. Lottate, manifestate, vi date da fare, vi indignate. Ridete di noi. Sì, questo vi impegna al punto che forse vi impedisce di pensare a come vorreste che fosse la società che sognate. E a tutte le barriere di pregiudizi che vi avviluppano. Riflettete a cosa significa davvero una società al femminile, in cui uomini e donne condividono i compiti in modo paritario e ditemi se questo è ciò che vorreste. Il femminismo, come l'ambientalismo, riunisce persone di tutti gli orientamenti. E, come l'ambientalismo, non significa niente senza il potere politico e senza l'influenza che questo potere può esercitare. Come l'ambientalismo, il femminismo è generatore di speranza davanti alla presa di coscienza che ci propone, e fonte di disperazione per la grandezza del problema da affrontare. Le donne sono trattate ingiustamente sul nostro pianeta. Sono mutilate, schiavizzate, considerate come incubatrici e bestie da soma. Le ho viste sgobbare nel deserto mentre gli uomini sorseggiavano tè alla menta, seduti all'ombra, ma ho visto praticamente la stessa cosa anche sotto il grigio cielo parigino e nelle nostre campagna. Sì, tutto ciò deve cambiare. Io conto su di te e sulle tue piccole amiche. Da quel fallocrate che sono, mi si stringe il cuore quando penso a tutte queste donne sfortunate che non hanno un marito gentile come il tuo. Georges Wolinski (Lettera aperta a mia moglie, Albin Michel; 1978)

venerdì 16 gennaio 2015

Che cosa mangiate questa sera e, soprattutto,con chi?

di Sergio Di Cori Modigliani

Parliamo anche di cifre (le detesto ma all'occorrenza servono per argomentare).

Due anni fa, nel celebrare il suo settantesimo compleanno, nel jazz club dove il martedì sera va a suonare il sax, nel cuore di Manhattan, il regista Woody Allen radunò amici e giornalisti attivi in città. In quell'occasione, rilasciò una intervista al New York Times, dedicata soprattutto a tematiche sociali e politiche. Dichiarò, per la prima volta, la sua posizione politica nel quadro del posizionamento americano "sono un esistenzialista anarchico", disse, e poi aggiunse "ma non vado certo in giro a mettere bombe". La giornalista gli chiese se lo facesse perchè era pacifista. Lui rispose: in verità si tratta di cautela e di conoscenza del proprio Sé, sono un maldestro pasticcione, non sarei proprio capace, combinerei un guaio colossale. Alla fine dell'intervista gli chiesero quale avrebbe potuto essere il partito giusto per lui, e l'artista newyorchese disse: un partito che risponde alle tre domande essenziali dell'esistenza: da dove veniamo, dove andiamo, e che cosa mangerò questa sera ma soprattutto con chi.
Sottoscrivo questa idea del mondo, davvero complicata da applicare in Italia.
Essendo una nazione gravemente ammalata da lungo tempo di Alzheimer sociale, eliminiamo la prima parte (da dove veniamo) che automaticamente elimina la possibilità di affrontare anche la seconda (dove andiamo) e atteniamoci all'unica per noi abbordabile, e anche la più interessante: "che cosa mangiamo questa sera e con chi".

Questa affermazione, per me, rappresenta il sale dell'esistenza.
Coinvolge ogni ceto sociale e ogni individuo.
Per i più poveri, l'ansia quotidiana fa pencolare la bilancia verso la prima parte: c'è chi lotta, nel nostro paese per sopravvivere e non può permettersi una cena succulenta tutte le sere.
Per chi se la può permettere, almeno i più sensibili tra questi, vale invece la seconda parte: il valore dell'affettività e della condivisione.
Non può esistere una società giusta ed equilibrata, dentro la quale valga la pena di vivere, se non vengono ottemperate ambedue le condizioni.
La povertà e la solitudine sono le due peggiori piaghe concepibili.
Chi è solo e senza affetti, si sente povero anche se non lo è, e quindi lo diventa.
Chi è povero è sempre da solo.
Il geniale sociologo polacco Zygmunt Bauman nel suo pamphlet "Danni collaterali" (edizione italiana, Laterza, 2013) identifica l'emergenza esistenziale più forte e più importante in Europa la "genesi e proliferazione dello stato di povertà.....perchè il povero è sempre solo, e questo connubio non può che diventare una bomba innescata che produce depressione sociale, trasformando l'essere umano da persona a un semplice danno collaterale".

Da ieri, in Italia, ufficialmente, di questo problema non se ne può parlare, per la perentoria affermazione del nostro caro leader a Bruxelles, le famiglie degli italiani si stanno arricchendo, che ha spazzato via il dibattito sulla spina dorsale del problema attuale dell'Italia. Contestare questo concetto governativo "ufficiale" vuol dire pretendere il dimissionamento dell'attuale esecutivo, con l'accusa di aver perso il senso della realtà. Nessuno in parlamento sembra disposto a farlo, quindi non se ne parla.

Ma le cifre sono impietose.

Questa mattina sono stati diffusi ufficialmente due dati che considero rotaie dello stesso binario.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ci comunica che l'Italia batte gli Usa e diventa il primo paese d'occidente per diagnosi (effettuate nei prontosoccorsi della sanità pubblica) di "attacchi di panico conclamato" ai quali va aggiunto l'inevitabile record dell'uso (e abuso) di psico-farmaci per lenire il dolore psichico, l'ansia, l'angoscia, l'insonnia, qualificando il nostro paese -parliamo qui di dati nudi e crudi, quindi di fredde cifre- come una nazione in preda ad un gravissimo stato di depressione collettiva.
A questo va aggiunto il record (22,5) dello "stato di totale indigenza o povertà assoluta" raggiunto dal nostro paese, come proposto dal Misery Index, e come diffuso ufficialmente questa mattina dalla Confcommercio.
Il sole24 ore, attraverso la sua agenzia radiocor, ha lanciato una notizia di tre righe per specificare che "si tratta del record assoluto dal 2007 a oggi".
La notizia è vera e falsa allo stesso tempo.
E' vera perchè è così: basta confrontare le cifre.
E' falsa perché non viene spiegato che "il Misery index" (lanciato dal presidente Harry Truman nel 1948) in Italia è stato costituito come osservatorio sociale statistico ufficiale dalla Confcommercio, soltanto nel 2007.

Se gli stessi parametri di studio vengono applicati alla Storia d'Italia negli ultimi 100 anni, si viene a scoprire che l'indice di povertà, nella Repubblica Italiana, ha toccato a dicembre 2014 lo stesso livello del 1954.
Lo stesso anno in cui usciva il film la cui locandina ho riprodotto qui in bacheca.
Era un anno, allora, in cui gli italiani erano in grado di avere il coraggio, il gusto, la sensibilità, ma soprattutto l'abilità di parlare anche in termini popolareschi della propria realtà esistenziale.
Sono le due facce dell'Italia odierna: immobili e incastrati tra la miseria e la nobiltà.

Dal 2007 a oggi, i dati ci spiegano che l'8% della popolazione ha visto aumentare il proprio reddito del 125%: chi nel 2006 ha guadagnato 1 milione di euro nel 2014 ne ha guadagnati 2. milioni e 250 mila. In compenso il 56% della popolazione ha visto diminuire il proprio reddito del 62%: chi nel 2007 aveva guadagnato 60.000 euro, nel 2014 ne ha portati a casa 26.000.
Quindi, quando il caro leader sostiene che i depositi nelle banche sono aumentati sostiene il vero e il falso.
E' vero, nel senso che sta diminuendo la fuga dei grossi capitali perchè per i molto ricchi l'Italia è una vera pacchia: molti evadono, godono di immunità, privilegi, cinesizzazione del mercato del lavoro. Nel 2014 è aumentata la "quantità" dei depositi in banca. Ma se si va a controllare il dato parcellizzato ne viene fuori che è aumentata la quantità di depositi di chi era già ricco, mentre, invece, è diminuita la quantità di chi aveva pochi soldi.
E' interessante andare a leggere la classifica planetaria del Misery Index.
Vengono prese in esame 100 nazioni.
Le tre più povere sono una americana, l'altra europea e infine una dell'Asia Minore.
La più povera (prima nella lista) è il Venezuela, seguita dall'Iran e poi dalla Serbia.
Delle ultime cinque (ovvero quelle in cui l'indice è il più basso in assoluto) quattro si trovano in Estremo Oriente, la quinta in Eurasia.
Quint'ultima è la Corea del Sud, poi c'è Singapore, Taiwan, l'Uzbekistan e infine all'ultimo posto il Giappone.
Quest'ultima nazione, per la prima volta nella storia della civiltà, tocca un record che merita rispetto e fa davvero onore a quella società. Qualunque cosa si siano inventati, si sono conquistati il rispetto di chiunque pratichi il senso della compassione umana e della solidarietà sociale: lì ha funzionato alla grande. 
A quanto pare, il Giappone è ufficialmente la prima nazione al mondo nella quale non esiste la povertà: il flagello è stato definitivamente cancellato. Esiste una classe politica e un controllo sociale tale per cui non risulta neppure una famiglia, nell'intero territorio nipponico, che possa essere definita "indigente", altrimenti lo Stato interviene subito automaticamente.
Non se ne parla mai.
Perchè è un paese molto lontano, voi direte.
No, non è per questo.
E' perchè in Giappone il debito pubblico ha toccato il livello del 232%.
Il che dimostra, cifre alla mano, che il debito pubblico non è un problema. 
O meglio, non è il problema.
Gli Usa hanno diminuito di quattro punti il numero dei poveri nello stesso periodo in cui hanno vertiginosamente aumentato il proprio debito pubblico, dal 2009 al 2014.
Basterebbe questo per mostrare e dimostrare la bontà virtuosa di un approccio keynesiano all'esistenza sociale delle nazioni.
Questo è l' argomento su cui è necessario dibattere.
Il debito pubblico non è il problema.
Lo è la mancata re-distribuzione delle ricchezze.

In Europa (neanche a dirlo) la nazione dove c'è meno povertà in assoluto è la Germania.
Quella dove l'indice è massimo è la Spagna, seguita dall'Italia che batte la Grecia e il Portogallo.
In Italia esiste un numero di poveri superiore del 64% a quello che c'è in Moldavia.
Siamo ancora la nazione più ricca d'Europa, seconda in occidente soltanto agli Usa.
10.000 miliardi di euro: questa è la cifra complessiva della ricchezza nazionale.
Siamo anche la nazione che sta precipitando verso la povertà endemica.
Vi sembra normale? 
E' di questo che si deve parlare.
La guerra contro la povertà e contro la depressione sociale deve essere la priorità di qualunque combattente attivo in politica.

Da cui, il mio augurio per il week end a tutti:

je suis japonais

mercoledì 14 gennaio 2015

Il presidente fondamentalista se n'è andato via.


di Sergio Di Cori Modigliani

La reazione italiana ai tragici fatti di Parigi non mi ha affatto sorpreso, anche se mi ha alquanto colpito, avvilendomi. Da un paese declinante e addormentato, c'era da aspettarselo. Una melassa di retorica, opportunismi e cialtronerie in salsa complottista di infimo livello. Per fortuna (nel senso di noi europei) lo shock che i francesi hanno subito sta provocando l'inizio di un auspicato risveglio nelle terre galliche.
Con l'augurio che presto, tanto più velocemente i primi bagliori di luce cominceranno a illuminare le coscienze collettive, un vento originale, intiepidito da una inedita intelligenza, superato le Alpi, ci colpisca in pieno. 
Magari, a nostra insaputa.

Non mi stupisce, quindi, vedere e leggere la generale reazione alle dimissioni del Presidente. Una melassa di retorica e opportunismi da una parte, e dall'altra un perentorio giudizio negativo, come di consueto intinto in parole d'ordine antagoniste che rimangono lì sospese, con il peso che hanno: quello dello sfogo virtuale.

E così Napolitano se ne va.
Leggendo sia gli applausi che le contestazioni, la mia reazione è stata quella di rendermi conto che hanno ragione entrambi, ed entrambi hanno torto.

E' necessario -per comprendere ciò che sta accadendo- mutare la prospettiva.
Se ragioniamo in termini squisitamente democratici, hanno ragione i contestatori e denigratori, non vi è dubbio.
Se ragioniamo, invece, in termini realistici e attuali, ci accorgiamo che hanno ragione, invece, i sostenitori plaudenti: è stato un ottimo presidente.

Il punto è proprio questo.

L'Italia (come al solito, nella Storia, vero e proprio laboratorio sociale collettivo) ha inaugurato, promosso e lanciato l'ingresso nel mondo post-democratico, quello in cui l'attività parlamentare è superflua, quello in cui la volontà popolare non ha alcuna voce in capitolo, quello in cui il concetto di cittadinanza viene sostituito dal ritorno al concetto di totale sudditanza delle persone ai voleri e dettami della neo-aristocrazia oligarchica del Nuovo Ordine Mondiale globalizzato.
Poichè mi piace ragionare in termini pragmatici, poggio il mio giudizio sulla base di ciò che è, nei fatti, la verità della situazione italiana: si è dimesso il primo "Presidente fondamentalista" della Repubblica Italiana. 
Questo è stato Giorgio Napolitano.
Una personalità che ha trasformato la democrazia italiana in una pappa informe: non è più una repubblica parlamentare, e pur non essendo una repubblica presidenziale -dal punto di vista formale- ha un presidente che sceglie e decide chi governa, quando governa, come governa, fino a quando governa, senza che vengano neppure prese in considerazione le opzioni, esigenze e perplessità dell'opposizione, e senza che venga neppure contemplata l'idea di affidarsi al responso delle urne.
In nessuna democrazia occidentale sarebbe stato possibile fare ciò che è stato consentito a Giorgio Napolitano.
Il "Presidente fondamentalista" ha aperto la via a colui/colei che lo succederà.
Non è certo un caso che la Regina Elisabetta gli abbia inviato una amorevole lettera di commiato per ringraziarlo. Non credo lo abbia fatto per Schroeder in Germania e men che meno per Jacques Chirac in Francia. Ma in questo caso è diverso. Ce lo spiega il rigore della ritualità formale e simbolica, così importante da sempre per la Casa Reale dei Windsor, quella che un tempo in Europa era il Casato di Sassonia Coburgo Gotha: si riconosce sempre ufficialmente, pubblicamente e formalmente il merito dei grandi servitori di Sua Maestà. E' probabile che il nostro ex (ormai) presidente verrà di qui a qualche settimana toccato da una speciale onorificenza del Regno.
Anche i membri del Washington Consensus e i vecchi funzionari della macchina burocratica dell'oligarchia russa putiniana che conta per davvero hanno inviato una lettera di ringraziamento formale.
E questi gesti non vanno affatto sottovalutati se si vuole comprendere la realtà del mondo in cui viviamo. 
Poi si è liberi di accettarlo passivamente oppure darsi da fare per cambiarlo attivamente.
Da questo punto di vista Napolitano è stato un grande, grandissimo presidente, così come lo era stato Leonid Breznev in Urss e Ronald Reagan in Usa, entrambi stimati e riveriti nelle loro rispettive nazioni.
E' riuscito ad abolire la democrazia.
E' riuscito a non attribuire a nessuna forza di opposizione alcun valore politico reale.
E' riuscito, nei nove anni del suo mandato, a far passare tutte le regolamentazioni volute dal ristretto numero dei componenti dell'Impero Finanziario Mondiale che hanno accelerato la de-industrializzazione dell'Italia,  a favore di Francia, Germania, soprattutto Inghilterra.
E' riuscito a far passare l'Italia da turbolenta e caotica nazione democratica a superficiale e ignorante nazione post-democratica, garantendo la tenuta dello status quo attraverso la difesa di un immobilismo totale dei corporativismi del privilegio della gigantesca corte aristocratica italiana che compone la cosiddetta "amministrazione pubblica dello Stato", termine questo che ha un suo senso, un suo significato forte, e una sua valenza, in nazioni dove la democrazia ancora resiste, ma che in Italia non ha alcun senso perché non corrisponde alla realtà autentica dei fatti. I funzionari della cosa pubblica e dello Stato non rispondono alle leggi, come i sudditi privati, bensì a una diversa codificazione parallela che ne garantisce la copertura, l'immunità, la promozione, la saldatura dei privilegi a costo della spesa pubblica corrente. E' il motivo per cui quando accade ogni tanto che qualche importante personaggio politico che svolge mansioni pubbliche viene inquisito, indagato, accusato e magari anche arrestato, è sempre sorpreso e non capisce neppure le ragioni di ciò che sta accadendo. Loro appartengono a una classe altra, diversa, che segue le codificazioni del mondo e della vita post-moderni e post-democratici.
Da questo punto di vista è stato un grandioso presidente.
Se ne va dunque il fondatore del "presidenzialismo fondamentalista".

Per chi scrive, invece, rimane il grande campione dei "diritti incivili". 
Il 20 Febbraio del 1974, sul quotidiano L'Unità firmava un celebre lunghissimo editoriale nel quale attaccava il fisico russo Sakharov (in quel momento agli arresti domiciliari coatti a Gorkij dopo cinque anni di campo di concentramento in Siberia) definendolo "ciarpame della Cia" sostenendo l'attacco frontale di tutti i partiti comunisti europei contro Amnesty International che invece ne chiedeva la liberazione.
Indimenticabile il furore del presidente fondamentalista contro un premio nobel che si trovava in un lager.
Era la persona giusta per guidare la turbolenta, caotica, creativa Italia dalla democrazia alla post-democrazia.
C'è riuscito.
E' giusto, quindi, che i rappresentanti responsabili della city di Londra, della casa reale inglese, dei colossi finanziari di Wall Street e i nuovi miliardari iper-liberisti di Mosca gli rendano l'onore delle armi.

Tutto il resto diventa leggenda e letteratura mediatica per non far comprendere la natura del potere.

L'Italia è la prima nazione fondamentalista d'occidente.
E qui la religione non c'entra niente.







martedì 13 gennaio 2015

Messaggio agli umani da parte del fondatore di Charlie.



di Sergio Di Cori Modigliani

Quando Francois Cavanna è morto, nel Gennaio 2014, all'età di 91 anni, venne diffuso in tutta la Francia, in memoriam, il suo testamento spirituale.
Da ricordare che Cavanna è la persona che ha ideato, voluto, finanziato e fondato il settimanale politico-satirico Charlie.

Qui di seguito la sintetica summa del pensiero di chi ci lavorava.

"Voi, i cristiani, gli ebrei, i mussulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…
Tutti voi,
che non potete vivere senza un Babbo Natale e senza un Padre castigatore.
Tutti voi,
che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.
Tutti voi,
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra voi.
Voi, oh, tutti voi
NON ROMPETECI I COGLIONI!
Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, 

chiudete bene la porta e soprattutto 
non corrompete i nostri ragazzi
Non rompeteci i coglioni!"

François Cavanna, Paris 2010

lunedì 12 gennaio 2015

Il cinema come ampia visione del fattore umano: perchè Boyhood ha stravinto i Golden Globe Awards ieri notte in California



di Sergio Di Cori Modigliani

Ieri pomeriggio, a Los Angeles, in California, si è svolta l'edizione 2015 dei Golden Globe awards, il premio della critica cinematografica internazionale; di fatto, il riconoscimento più ambito da ogni cineasta. L'Oscar, infatti, appartiene alla sezione spettacolare-commerciale-gossip-moda-consumo-colonialismo-business, che è un'altra cosa.
Chi conosce e segue i meccanismi della più importante industria cinematografica del pianeta, e madre (nobile o ignobile, a seconda dei casi e degli anni) della costruzione dell'immaginario collettivo, sa bene quale possa essere l'impatto della scelta compiuta dalla giuria su tutti noi.
Ha stravinto -contrariamente alle aspettative- Richard Linklater, un regista cinquantacinquenne che proviene dal cinema indipendente (vero), noto per la casualità biologica di dimostrarne venticinque.
"E' il trionfo del fattore umano" ha dichiarato Steven Spielberg. 
Gli hanno fatto coro Steven Soderbergh, Robert Redford, Michael Douglas, George Clooney, Dustin Hoffman, Al Pacino, la vecchia guardia di Hollywood che fortemente crede nel riuscire a coniugare la creatività e le sue necessità spettacolari ad un discorso di contenuto solido e profondo relativo alla grande epopea dell'essere umano sul pianeta.
Un premio speciale per la sua attività nel campo della lotta per i diritti civili è stato assegnato, alla carriera, a Geroge Clooney.
Mentre i combattenti militanti brindavano, i mercanti cultori del cinema ad effetti speciali e di quello piatto di largo consumo, hanno preso atto del nuovo trend lanciato da Hollywood, ammettendo che si tratta di una svolta inattesa.
Essendo mercanti pragmatici, in poche ore si adatteranno alle nuove necessità del mercato, infatti il decano dell'associazione sceneggiatori professionisti di Hollywood ha dichiarato che "stiamo già ricevendo richieste di film in cui l'ossatura principale sia un copione con i fiocchi che abbia al centro la narrazione esistenziale di persone vere in un mondo vero".
Linklater è un cineasta di grande spessore, con quasi quaranta anni di esperienza alle spalle e la indomita grinta di un autentico texano. Non ha mai accettato i compromessi con le esigenze politico-commerciali di Hollywood ritagliandosi un piccolo spazio personale, ad uso e consumo di un ristretto pubblico formato da persone che amano il cinema e sono di palato difficile, in quanto attenti cinefili. Ha messo in piedi, ad Austin in Texas, un festival internazionale del cinema indipendente che in Usa si sta rivelando una vera e propria fucina di nuovi potenziali talenti.
Il film che ha vinto, "Boyhood" (distribuito in Italia nell'ottobre del 2014 ma non credo che lo abbiano visto in molti e forse non è stato neppure recensito) ha una particolarità unica che lo accosta a esperimenti linguistici della nouvelle vague francese degli anni'60. 
Tutto è iniziato dopo una conferenza stampa che il regista aveva indetto il 10 maggio del 2002, a Hollywood, tra i sorrisi diffidenti dei professionisti mainstream e la severa perplessità della critica più attenta e rigorosa. In quell'occasione aveva annunciato che nel corso dell'estate avrebbe iniziato a fare un film la cui lavorazione sarebbe durata ben 12 anni. Gli attori coinvolti avevano accettato la curiosa sfida. E così è stato. 
Da quell'estate, ogni anno per trentacinque giorni, la stessa identica troupe si è ritrovata per le riprese, fino al 16 agosto del 2014 quando il film è stato considerato concluso.
E' la storia di un ragazzino, figlio di una coppia di divorziati, seguito nell'arco di dodici anni. Narra il suo sviluppo, i suoi cambiamenti, i suoi turbamenti, le sue scelte.
L'attore protagonista, all'inizio del film, aveva 7 anni, oggi ne ha diciannove.
Nel film si vede lui crescere e i genitori invecchiare.
Si assiste al tramonto di alcune mode e all'insorgere di altre.
E' un'operazione di gran classe.
Ma operazioni di questo genere possono essere fatte soltanto da chi ha una visione d'insieme molto ampia, da chi è in grado di saper pescare nel mondo della imprenditorialità e da chi fa imprenditoria di qualità. L'operazione è stata finanziata da un gruppo di cinque imprenditori che hanno accettato -come sfida- l'idea di attendere 12 anni prima di controllare il successo o il fallimento del loro investimento.
Mi sembra un'ottima notizia per tutti noi.
Soprattutto il segnale, e la prova pratica, della via che dobbiamo intraprendere per poter dare tutti insieme un contributo ad alzare il livello intellettuale dell'umanità occidentale, in questi ultimi dodici anni precipitato ai livelli più bassi del suo annunciato declino.

Il cinema è ancora vivo.
Quello vero, si intende.
E da Hollywood arriva l'annuncio che il vento comincia a spirare da un'altra parte.
Benvenuto!

giovedì 8 gennaio 2015

Dove ci vogliono portare? S'intende, a nostra insaputa.



di Sergio Di Cori Modigliani

Al di là dello sgomento, disgusto, raccapriccio, autentico orrore e paura per ciò che ieri è accaduto a Parigi, la tentazione di affidarsi al banale cui prodest è molto forte.
Anche se, inevitabile.
Prendendo le dovute e necessarie distanze dalle dietrologie complottiste, è consigliabile per tutti noi cominciare a interrogarsi sull'autentico significato dell'episodio, per comprendere il perché si verifichi in questo momento a Parigi, e perché al martirio (di tipo occidentale) vengono chiamati gli artisti e la sezione più libera e indipendente di tutta Europa nel campo del giornalismo politico.

Su questo blog, nell'ormai lontano dicembre del 2012 (gli eventi stanno accelerando la percezione cronachistica del tempo, per cui le crociate medioevali cominciano a sembrarci paurosamente vicine, mentre fondamentali accadimenti di un paio d'anni fa si perdono nella notte dei tempi: è il paradosso dell'attualità) presentando ai miei lettori la mia interpretazione sull'appena avvenuta rielezione di Barack Obama alla Casa Bianca, avevo cercato di spiegare come ci fosse stata una chiarificazione delle posizioni e fosse ormai chiaro a tutti che si andava verso lo scontro frontale, ormai impossibile da evitare.
L'impatto non aveva niente a che vedere con lo scontro di civiltà che l'ultradestra sostiene sia in atto (vedi Marie Le Pen e la destra repubblicana Usa) bensì, secondo me, con una forma diversa di scontro di civiltà non più inderogabile: quella tra la civiltà del Diritto, e dei diritti, e quella dell'oligarchia "medioevalizzante"; quella tra i sostenitori, i propugnatori, i seguaci dell'immediata applicazione del principio di cittadinanza e della sua rappresentanza democratica e chi sostiene il necessario ripristino della sudditanza ai cosiddetti poteri forti, necessità locali, trattati internazionali, interessi finanziari.
In controtendenza contro la vulgata corrente italiana, nella quale erano confluiti in totale consociativismo la sinistra, la destra e anche, pare, il movimento cinque stelle, uniti nel considerare Barack Obama il nemico numero uno dello sviluppo e del progresso, avevo cercato di spiegare che lo scontro, a Washington, era davvero furibondo come non si vedeva almeno dal 1912 e che le grandi multinazionali sorrette dai colossi finanziari e dalla BCE avrebbero fatto di tutto (forse anche la guerra nucleare) per impedire che Obama portasse avanti il suo programma imperniato su tre punti: ricostituzione del Seagall Act per imbavagliare la finanza speculativa, promozione di un nuovo gigantesco New Deal planetario di matrice keynesiano-rooseveltiana; apertura di "tavoli sociali" in ogni singola nazione per fare i conti sull'unico e autentico problema dei nostri giorni, lo stesso identico da 12.000 anni a questa parte: la redistribuzione delle ricchezze e delle risorse.
Obama non è un rivoluzionario decisionista, è un grandioso comunicatore e uomo di grande abilità diplomatica e compromissoria. Gli è andata male: è rimasto vittima del suo essere pusillanime e della sua incapacità di prendere il toro per le corna.
Oggi, nel mondo, non servono più i diplomatici laureati in capacità mediatiche di mediazione, bensì i toreri.

L'attentato di ieri è arrivato nel momento più difficile, critico, complesso e rischioso (per loro) nel quale il mondo della finanza speculativa oligarchica del pianeta si è venuto a trovare da cento anni a questa parte. Perché grazie alle enormi possibilità offerte dalle nuove tecnologie sociali (web in testa) in tutti e cinque continenti, in ogni singola nazione del globo, si sono verificati fenomeni -per il potere al governo inauditi, inconcepibili e inammissibili- di rivolta, reazione, contrapposizione, con masse di cittadini che hanno iniziato a pretendere di essere rispettate, ascoltate, rappresentate, le quali avevano addirittura l'ardire di chiedere chiarezza e trasparenza, per riuscire a fare in modo di portare avanti l'unica guerra interessante per la cittadinanza globale planetaria: la guerra contro la povertà.
Ha prevalso, invece, la guerra contro i poveri.
Altrimenti, avremmo visto Berlusconi in pensione, l'intero management di Monte dei Paschi di Siena (e di almeno altre dieci banche italiane) in galera per truffa mentre in Francia, Germania, Gran Bretagna, Usa, Spagna e Portogallo, i loro esimi colleghi alla pari finivano a loro volta nei guai fino al collo con la magistratura di quei paesi; magari tutti insieme dentro prigioni di lusso con le sbarre fatte d'oro platino smaltato.
Si è scatenata, invece, la tendenza opposta: la guerra delle istituzioni contro i ceti più fragili, la lotta di classe all'incontrario, con aumento vertiginoso della povertà, la diffusione del disagio sociale, l'emergenza di malessere, rabbia, furore, declino della civiltà.
Non va dimenticato che gli amici di Obama siedono nei consigli di amministrazione della finanza internazionale allo stesso tavolo degli amici di Putin e di Xin Ping, mentre nel tavolo accanto Hollande, Napolitano e la Merkel siedono insieme agli amici del califfo, all'emiro del Qatar, agli israeliani, ai palestinesi, ai siriani, ecc.
A questo servono i media. Oggi.
A evocare scenari di scontri di civiltà tra religioni e opinioni diverse per impedire che noi cittadini impotenti ci uniamo in forze -al di là di ogni diversità e appartenenza- per combattere l'unica guerra che ci interessa (nel senso che lede e tocca i nostri interessi esistenziali): quella contro la povertà, contro la disoccupazione, contro il degrado, contro la corruttela dell'oligarchia del privilegio.

Nell'agosto del 1914 (andate a vedere su Google tutte le prime pagine dei giornali di allora) in tutta Europa si annunciava con enfasi patriottica e spirito guerriero l'inizio della prima guerra mondiale, a conclusione di una fase storica per molti aspetti davvero spaventosamente simile a quella attuale. Il quotidiano socialista Avanti fu l'unica testata europea di prestigio che annunciò l'evento con una titolazione che vedete raffigurata nell'immagine di archivio.

E' ciò che i poteri forti vogliono oggi: organizzare la macellazione dei popoli per impedire che una nuova classe politica dirigente progressista e decorosa imponga la necessaria re-distribuzione delle ricchezze salvando centinaia di milioni di vite in pericolo in tutto il pianeta.

Chi scrive è un artista che segue e studia la simbolica del potere da diversi decenni.
Ed è per me molto chiaro il segnale che hanno lanciato: colpire grafici, disegnatori e giornalisti completamente liberi e indipendenti che avevano fatto della leggerezza, della stira beffarda, dello sberleffo sardonico e della totale indipendenza alla logica partitica, la migliore di tutte le armi possibili per diffondere il sorriso, il riso, pensieri positivi, invitando e incitando le masse a non dar retta alle sirene del Palazzo. Che siano stati costruiti a Roma, Parigi, Londra, Damasco o Doha, poco importa, sempre palazzi sono.

E' il segnale chiaro e indiscutibile lanciato a tutti noi che qui sintetizzo: "comunque vadano le cose, sappiate che i primi a essere colpiti saranno gli artisti, gli spiriti liberi e indipendenti, i cultori della leggerezza, gli antagonisti veraci, chi vuole far ridere invece di mettere paura, chi vuole diffondere la spensieratezza invece della depressione sociale".

E' un attacco a tutti noi, compresi i mussulmani.
Anzi, soprattutto contro di loro.

Altrimenti, se non fosse così, oggi, in tutto il mondo, le borse non brinderebbero con lo champagne con tutte le industrie belliche planetarie al rialzo, con tutte le banche che all'improvviso -pur essendo decotte- scoprono di essere diventate magicamente solvibili.

I morti di Parigi sono i primi martiri occidentali della vera guerra in corso: la lotta contro tutti gli oppositori planetari avversi al pensiero unico.

Il modo migliore di onorarli sarebbe quello di riderci sopra (se non risultasse oggi davvero di cattivo gusto, dal sapore macabro e offensivo per il dolore di tutte le loro famiglie).

Se non altro, andate a leggervi la prima pagina dell'Avanti di 100 anni fa e poniamoci tutti insieme le uniche domande che oggi davvero contano:

"Che tipo di guerra vogliono lanciare? Tra chi e chi? Nel nome di quale principio?".

Che il Signore assista quelli di Charlie e accolga le loro anime nel paradiso degli artisti.